Introduzione – Quando l’ambiente entra nell’esperienza traumatica
Nel lavoro clinico sul trauma è ormai condivisa una consapevolezza fondamentale: non è solo l’evento in sé a determinare l’impatto psicologico più profondo, ma lo stato in cui la persona si trova mentre l’evento accade e il modo in cui l’ambiente risponde.
Per ambiente non si intende soltanto il contesto familiare o sociale in senso generico, ma l’insieme delle risposte relazionali che una persona riceve nei momenti di massima vulnerabilità: parole, silenzi, sguardi, spiegazioni, tentativi di rassicurazione, consigli, attribuzioni di senso.
Quando una persona attraversa un’esperienza potenzialmente traumatica, queste risposte non vengono elaborate come semplici interazioni sociali. Vengono invece percepite come segnali di sicurezza o di minaccia, capaci di sostenere la regolazione interna oppure di aggravare lo stato di disorganizzazione.
Questo articolo nasce dall’osservazione clinica e dalla letteratura sul trauma che mostrano come, in determinate condizioni, anche parole pronunciate con le migliori intenzioni possano produrre un effetto iatrogeno, ovvero un danno non intenzionale, aggiungendo peso a una situazione già difficile da sostenere.
Un caso (ricostruzione clinica)
Una donna racconta, a distanza di molti anni, un episodio avvenuto nei giorni immediatamente successivi alla nascita del figlio, segnata da una grave emergenza medica.
Ricorda quel periodo come un tempo sospeso: informazioni difficili da comprendere, il corpo costantemente in allerta, la mente incapace di organizzare pensieri complessi o di prendere posizione. Ogni energia era concentrata sulla sopravvivenza e sull’adattamento a una realtà improvvisamente sconvolta.
In quel contesto, una persona esterna alla cerchia più intima pronunciò una frase pensata come rassicurante, che attribuiva un significato “più grande” a ciò che stava accadendo e, implicitamente, una particolare “forza” o idoneità della coppia a sostenere quella prova.
La donna non reagì. Annuì.
Non perché fosse d’accordo, ma perché in quel momento non aveva accesso alle risorse interne necessarie per dissentire, rifiutare o anche solo problematizzare quelle parole.
Nei giorni successivi emersero vissuti confusi: una rabbia silenziosa, subito seguita da un senso di colpa – “forse non dovrei sentirmi così” – e dal tentativo di adattarsi interiormente alla narrazione ricevuta.
Solo molti anni dopo, ripensando a quell’episodio, la donna riconosce che ciò che l’aveva ferita non era tanto il contenuto della frase, quanto l’impossibilità, in quel momento, di potersi difendere: di avere spazio per sentire, pensare e reagire in modo autentico.
Vulnerabilità traumatica: cosa accade alla mente e al corpo
La ricerca sul trauma descrive in modo coerente come, durante e subito dopo un evento potenzialmente traumatico, si verifichi una riduzione temporanea delle capacità integrative, cioè di quelle funzioni che permettono di collegare emozioni, pensieri ed esperienze in una narrazione coerente.
In particolare possono ridursi:
- la mentalizzazione, ovvero la capacità di riconoscere e comprendere ciò che si prova;
- la flessibilità cognitiva, cioè la possibilità di non irrigidirsi su un’unica interpretazione;
- la capacità di prospettiva, ossia di collocare l’esperienza in una cornice temporale più ampia (“adesso è così, ma non sarà sempre così”).
Parallelamente, il sistema nervoso tende a privilegiare risposte automatiche di difesa – congelamento, chiusura, iper-allerta – ben documentate nella letteratura neurobiologica del trauma. Queste risposte sono funzionali alla sopravvivenza, ma limitano la capacità di valutare criticamente ciò che proviene dall’esterno.
In queste condizioni, la persona non è semplicemente più sensibile: è meno protetta.
Le parole degli altri possono quindi essere assorbite come dati di realtà, non come opinioni o punti di vista.
Quando la risposta dell’altro aggiunge un peso ulteriore
Negli ultimi decenni, diversi filoni di ricerca in ambito psicotraumatologico e relazionale hanno mostrato come le reazioni dell’ambiente successivamente a un evento traumatico possano influenzare in modo significativo l’andamento del disagio.
In particolare, gli studi sulle negative social reactions e sulla secondary victimization hanno evidenziato che risposte non sintonizzate, interpretative o moralizzanti possono costituire un ulteriore fattore di stress, sommando un nuovo carico emotivo all’esperienza originaria e contribuendo al mantenimento dei sintomi.
Non si tratta di reazioni intenzionalmente dannose, ma di risposte che arrivano prima che la persona abbia recuperato sufficiente stabilità interna per poterle integrare.
Nel caso descritto, le parole ricevute hanno introdotto un significato imposto, cioè una spiegazione esterna che la donna non era in condizione di scegliere né metabolizzare. L’effetto non è stato immediato, ma progressivo e silenzioso.
Nel tempo, quell’esperienza si è tradotta in:
- una sensazione di perdita di controllo (“non posso nemmeno decidere come sentirmi”);
- una riduzione dell’agency, cioè della percezione di poter essere soggetto attivo della propria esperienza;
- l’emergere di vergogna o colpa implicita (“se reagisco così, forse sto sbagliando”);
- la riattivazione dell’impotenza originaria, ovvero quella sensazione profonda di non avere voce, scelta o possibilità di incidere, tipica delle esperienze traumatiche iniziali.
Non è la singola frase a produrre il danno, ma l’incontro tra quella frase e uno stato interno che non può ancora proteggersi.
Rabbia e colpa: emozioni che spesso restano invisibili
In contesti traumatici, la rabbia è un’emozione frequente ma difficilmente esprimibile.
Può restare silenziosa perché l’altro appare benevolo, perché si teme di risultare ingrati, o perché tutta l’energia psichica è impegnata nel “reggere” la situazione.
La rabbia viene allora spesso seguita dal senso di colpa, che svolge una funzione adattiva: riduce il conflitto interno, preserva le relazioni, consente di andare avanti.
Il costo, però, è una auto-invalidazione silenziosa, che può restare attiva per anni come traccia non riconosciuta.
A distanza di tempo: ritrovare voce e significato
Con il passare degli anni, quando il sistema nervoso è più regolato e le funzioni riflessive sono nuovamente accessibili, diventa possibile una ri-narrazione dell’esperienza.
La persona può allora distinguere tra intenzione ed effetto, riconoscere ciò che è accaduto e recuperare agency, cioè il diritto di attribuire senso alla propria storia senza doversi adattare a significati imposti dall’esterno.
Non si tratta di accusare, ma di legittimare ciò che è stato sentito.
Per chi si trova accanto a una persona potenzialmente traumatizzata
Quando qualcuno attraversa un’esperienza potenzialmente traumatica, nasce spesso il desiderio di dire qualcosa che aiuti. È umano.
Eppure, in quei momenti, ciò che sostiene davvero non è tanto trovare le parole giuste, quanto offrire una presenza che non invada.
In ambito anglosassone si parla di holding space: creare uno spazio relazionale in cui l’altro possa esistere così com’è, senza bisogno di spiegazioni, interpretazioni o soluzioni.
In pratica:
- esserci senza aggiustare;
- ascoltare senza correggere;
- tollerare il silenzio senza riempirlo;
- permettere che il significato, se e quando emergerà, nasca dall’interno della persona.
Conclusione – La forza di una presenza che non invade
Nelle esperienze traumatiche, la vulnerabilità non riguarda solo le emozioni, ma la struttura stessa delle difese psicologiche. In quei momenti, le parole possono diventare tracce profonde.
Per questo, più che “dire la cosa giusta”, può essere realmente trasformativo saper creare uno spazio sicuro, una presenza affidabile in cui non è necessario parlare per forza, ma è possibile sentirsi accolti.
In alcuni momenti della vita, non è ciò che diciamo a fare la differenza, ma la qualità dello spazio che sappiamo tenere per l’altro.
Riferimenti essenziali
(tutti reali, verificabili, coerenti con il contenuto dell’articolo)
- Herman, J. L. (1992; 2015; 2022). Trauma and Recovery; Truth and Repair. Basic Books.
- van der Kolk, B. (2014). The Body Keeps the Score. Viking.
- Fisher, J. (2017). Healing the Fragmented Selves of Trauma Survivors. Routledge.
- Cloitre, M. et al. (2019). ISTSS Expert Consensus Treatment Guidelines for Complex PTSD.
Tamara Macelloni, psicologa orientamento trauma informed.
Contatti: Dott.ssa Tamara Macelloni via Fiorentina 64 a Prato, oppure online. Tel. 334 1794605 e-mail tamara.macelloni@gmail.com