Walk and Talk Therapy: quando camminare diventa parte del percorso psicologico

Una persona mi ha detto una volta che non saprebbe cosa dire a uno psicologo. Che la terapia non fa per lei. Che non ha problemi da risolvere seduta su una sedia, in uno studio, davanti a qualcuno che la guarda.

Però camminare le piace.

È partita da lì — da una passeggiata. E nel tempo quella passeggiata è diventata qualcosa che assomiglia molto a un percorso psicologico: c’è ascolto, c’è elaborazione, c’è regolazione. C’è anche, a volte, il silenzio giusto.

Lei non la chiama terapia. Ma lo è.

Questa esperienza mi ha spinto ad approfondire una pratica che nel mondo anglosassone ha già un nome — walk and talk therapy — e una letteratura scientifica in rapida crescita. Quello che segue è una riflessione clinica: su cosa distingue questa modalità da altre pratiche che si svolgono all’aperto, su cosa dice la ricerca, e su cosa cambia davvero quando psicologo e cliente camminano fianco a fianco invece di sedersi l’uno di fronte all’altro.

Cos’è la walk and talk therapy

La walk and talk therapy è una forma di colloquio psicologico o psicoterapia che si svolge camminando, in uno spazio aperto — un parco pubblico, un viale alberato, un percorso naturale — invece che seduti nello studio.

Nasce nel mondo anglosassone, è utilizzata da psicologi e psicoterapeuti formati, e mantiene intatte le caratteristiche fondamentali del setting clinico: c’è un obiettivo terapeutico esplicito, c’è una relazione professionale strutturata, c’è il consenso informato del cliente. Quello che cambia è il contenitore, non il processo.

Non è una passeggiata terapeutica nel senso generico del termine. Non è meditazione in movimento. Non è wellness. È psicologia clinica svolta in un contesto dinamico, con tutti gli elementi che questo comporta — incluse le sfide: la gestione della riservatezza in uno spazio pubblico, la valutazione preliminare dell’idoneità del cliente, la pianificazione del percorso.

Una precisazione importante: Non tutto ciò che avviene camminando all’aperto è terapia. La walk and talk therapy è una pratica clinica che richiede una formazione specifica, un quadro etico preciso e una valutazione attenta di ogni singolo caso. La natura può essere uno strumento potente — ma non sostituisce il lavoro clinico.

Walk and Talk Therapy: funziona davvero?

Cosa dice la ricerca

Il campo è relativamente giovane, ma la letteratura internazionale degli ultimi anni offre dati interessanti — e onestamente anche i suoi limiti.

I dati che supportano la pratica

Nel 2020, Cooley e Robertson hanno pubblicato su Clinical Psychology Review una meta-sintesi di 38 studi prevalentemente qualitativi, coinvolgendo oltre 300 professionisti della salute mentale e più di 160 clienti nel Regno Unito. Tra i vantaggi documentati: uno spazio terapeutico percepito come più mutuale, maggiore libertà di espressione, benefici olistici per entrambi i partecipanti, e migliore accessibilità per chi trova il setting indoor intimidatorio.

Sempre nel 2025, uno studio qualitativo su Counselling and Psychotherapy Research (Moore) ha esplorato l’esperienza dei terapeuti nella relazione terapeutica all’aperto. Il dato più significativo: la natura emerge come “terzo elemento” nell’alleanza terapeutica — non solo sfondo, ma presenza attiva che introduce imprevedibilità, spontaneità, e momenti di vulnerabilità condivisa tra terapeuta e cliente.

Sul versante trauma-informed, un trial di fattibilità ha mostrato che terapeuti specializzati hanno potuto condurre il 67% delle sessioni focalizzate sul trauma camminando, con una riduzione media significativa dei sintomi PTSD nell’arco di 12 settimane.

I limiti che la ricerca riconosce onestamente

  • La maggior parte degli studi è qualitativa, con campioni piccoli
  • I partecipanti provengono quasi esclusivamente da contesti occidentali (WEIRD countries)
  • Mancano ancora trial randomizzati controllati su larga scala
  • Le condizioni metereologiche e la gestione della privacy restano sfide concrete

Perché camminare cambia qualcosa — il meccanismo

Al di là dei dati clinici, c’è una domanda che vale la pena esplorare: cosa cambia, nel processo psicologico, quando ci si muove invece di stare fermi?

Il contatto visivo ridotto

Seduti l’uno di fronte all’altro, il contatto visivo diretto è costante. Per alcune persone — e la ricerca lo documenta esplicitamente — questa dinamica può generare una sensazione di esposizione che ostacola la comunicazione. Camminare fianco a fianco riduce questa pressione. Lo sguardo si orienta in avanti, verso lo stesso spazio. La relazione diventa laterale invece che frontale.

Uno studio del 2025 (Prince-Llewellyn, Counselling and Psychotherapy Research) documenta che persone che non avevano mai cercato supporto psicologico — perché lo trovavano troppo intimidatorio — hanno trovato la walk and talk therapy «molto più piacevole e rilassata».

Il movimento bilaterale e la regolazione del sistema nervoso

La camminata produce una stimolazione bilaterale ritmica — il pattern alternato destra-sinistra che coinvolge il corpo in un movimento coordinato. Questo richiama uno degli elementi presenti anche nell’EMDR, pur trattandosi di contesti clinici e meccanismi profondamente diversi.

Dal punto di vista della regolazione del sistema nervoso autonomo — un aspetto centrale nell’approccio trauma-informed — il ritmo della camminata, l’orientamento nello spazio, e la possibilità di non mantenere continuamente il contatto visivo possono contribuire ad ampliare la finestra di tolleranza emotiva. Va detto chiaramente: questo è supportato da osservazioni cliniche qualitative e da analogie teoriche solide, non ancora da studi controllati su larga scala. Ma è un’ipotesi clinicamente plausibile e coerente con quello che sappiamo sul funzionamento del sistema nervoso.

L’alleanza terapeutica in uno spazio condiviso

Camminare nello stesso spazio, alla stessa velocità, verso la stessa direzione, modifica sottilmente la dinamica relazionale tra psicologo e cliente. La ricerca parla di “democratizzazione dello spazio”: la relazione diventa meno verticale, meno asimmetrica. Non perché scompaiano i ruoli professionali — rimangono chiari e necessari — ma perché il contesto fisico riduce la percezione di distanza.

Per alcune persone, questo cambiamento è sufficiente a rendere possibile una conversazione che in studio non sarebbe mai iniziata.

Walk and Talk Therapy, Forest Bathing, seduta in studio: tre cose diverse

Nel dibattito pubblico su natura e benessere psicologico, questi tre approcci vengono spesso confusi. È utile distinguerli con precisione.


Walk and Talk TherapyForest BathingSeduta in studio
ObiettivoProcesso psicologico in movimentoBenessere, immersione sensorialeProcesso psicologico in setting classico
ConduzionePsicologo / psicoterapeutaGuida forest bathingPsicologo / psicoterapeuta
DialogoCentraleSecondario o assenteCentrale
MovimentoStrumento del colloquioParte costitutiva dell’esperienzaAssente
SettingParco, viale, spazio apertoBosco, naturaStudio professionale
Contatto visivoRidotto (fianco a fianco)Non rilevanteDiretto (faccia a faccia)
Obiettivo clinicoEsplicito e condivisoNon previstoEsplicito e condiviso
RiservatezzaDa pianificare con curaNon applicabileGarantita dal setting

La distinzione non è accademica. Ha conseguenze pratiche: chi si presenta a un incontro di forest bathing aspettandosi una seduta psicologica, o chi entra in terapia credendo di fare una passeggiata di benessere, sta operando su aspettative diverse da quelle del setting reale. Chiarire queste differenze è un atto di rispetto verso chi cerca aiuto.

Per chi può essere indicata

La walk and talk therapy non è una modalità universalmente superiore alla seduta classica. È una delle possibilità che un professionista può valutare — caso per caso, con attenzione e consenso.

La letteratura suggerisce che può essere particolarmente utile per:

  • Persone che resistono al setting tradizionale della terapia o lo trovano intimidatorio
  • Chi trova difficile sostenere il contatto visivo diretto per periodi prolungati
  • Adolescenti e giovani adulti, per i quali il movimento può rendere più naturale la comunicazione
  • Persone con sintomi di iperattivazione del sistema nervoso, per cui stare fermi amplifica il disagio
  • Chi sta attraversando un momento di blocco o ruminazione, in cui il movimento fisico può interrompere il circolo
  • Persone con ADHD, per le quali la seduta statica può essere di per sé una fonte di difficoltà

Non è indicata — o richiede valutazione molto attenta — in presenza di:

  • Sintomatologia grave o instabile che richiede la struttura contenitiva del setting classico
  • Difficoltà motorie che renderebbero la camminata una fonte di disagio aggiuntivo
  • Contesti in cui la riservatezza non può essere garantita adeguatamente
  • Situazioni in cui il cliente potrebbe non essere in grado di segnalare chiaramente il proprio stato durante la sessione
Percorso erboso nella natura — psicologia e ambiente
© Tamara Macelloni

Una riflessione aperta: la natura come parte del setting

C’è una domanda che trovo più interessante della semplice distinzione tecnica tra pratiche: la natura può diventare parte del setting psicologico senza perdere rigore clinico?

La mia risposta — provvisoria, basata sia sulla letteratura che sull’esperienza diretta — è sì. A condizione che il professionista mantenga chiari i confini del ruolo, il consenso informato, e la valutazione continua dell’adeguatezza del contesto per quella persona specifica.

La natura non cura per magia. Non sostituisce il lavoro clinico. Non è una scorciatoia. Ma può essere uno strumento — come lo è il silenzio, come lo è il setting dello studio, come lo è il ritmo di una seduta — quando usato consapevolmente e con intenzione terapeutica precisa.

Quello che la natura fa, in certi momenti, è offrire un contesto che abbassa la vigilanza. Non perché sia magica, ma perché è familiare al sistema nervoso in un modo molto antico — evolutivamente anteriore alla stanza, alla sedia, al tavolo. Il verde, il suono dell’acqua e il movimento dell’aria possono funzionare, per molte persone, come segnali ambientali associati a una maggiore percezione di sicurezza. E quando il sistema nervoso percepisce di essere in un contesto familiare e non minaccioso, l’accesso all’esperienza emotiva può aprirsi in modo diverso.

Questo non significa che la natura sia terapeutica di per sé. Significa che può abbassare la soglia di attivazione difensiva — quella che, in studio, porta alcune persone a sedersi sul bordo della sedia e a rispondere in modo preciso e controllato a ogni domanda, senza mai davvero entrare in contatto con quello che portano.

Nell’articolo sul trauma perinatale ho scritto di esperienze che precedono il linguaggio, che si depositano nel corpo prima ancora che esista una mente capace di narrativizzarle. Camminare non permette necessariamente di accedere a ciò che non può essere detto. Può però offrire, per alcune persone, un contesto in cui l’esperienza diventa più avvicinabile. Non attraverso l’interpretazione, ma attraverso il ritmo, la presenza, il movimento e la relazione.

Forse non si tratta di parlare senza parole. Forse si tratta di creare le condizioni perché alcune esperienze possano essere gradualmente sentite, riconosciute e, quando è possibile, raccontate.

Sto esplorando questa direzione. Non ho ancora risposte definitive, e non le cerco. Ho una curiosità clinica che voglio continuare a coltivare con rigore — osservando, leggendo, e soprattutto ascoltando quello che le persone con cui lavoro portano, anche quando camminano.

Ti è mai capitato di accorgerti che alcuni luoghi rendessero più facile pensare, sentire o parlare? Che una conversazione difficile diventasse più accessibile camminando, o che certe riflessioni arrivassero più facilmente all’aperto che in uno spazio chiuso?

Riferimenti bibliografici

Le affermazioni contenute in questo articolo si basano su letteratura peer-reviewed. Di seguito i riferimenti principali:

  • Cooley, S.J., et al. (2020). A meta-synthesis of outdoor talking therapies. Clinical Psychology Review.
  • Dickmeyer, L., et al. (2025). Walk-and-Talk Therapy Versus Conventional Indoor Therapy for Men With Low Mood: A Randomised Pilot Study. Clinical Psychology & Psychotherapy.
  • Moore, H. (2025). Talk With Me Outside: Therapists’ Experiences of the Therapeutic Relationship in Natural Outdoor Settings. Counselling and Psychotherapy Research.
  • Pischel, L., et al. (2025). They Talk the Talk and Walk the Walk. Counselling and Psychotherapy Research.
  • Prince-Llewellyn, R. (2025). Walking and talking for well-being. Counselling and Psychotherapy Research.
  • Jordan, M. & Hinds, J. (2016). Ecotherapy: Theory, Research and Practice. Macmillan.
  • Revell, S. & McLeod, J. (2017). Therapists’ experience of walk and talk therapy. European Journal of Psychotherapy & Counselling.

Nota deontologica

Questo articolo ha finalità informative e di riflessione clinica. Non costituisce indicazione terapeutica né sostituisce una valutazione professionale individuale. La walk and talk therapy, come qualsiasi pratica clinica, va valutata caso per caso da un professionista qualificato.

Chi ha scritto questo articolo

Tamara Macelloni è psicologa, BFRP e insegnante autorizzata dal Bach Centre UK. Si occupa di trauma, sviluppo e salute psicologica con un approccio integrato orientato alla persona, che include la dimensione corporea e somatica. Lavora in studio a Prato e online. Contattami

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